Arthur Rimbaud
Eccoci a Charleville-Mézières, Arthur torna e racconta le sue imprese. Siamo seduti sui cavalli di una giostra, che gira a non finire come una vita vissuta a ripetizione, una reincarnazione in mille vite, voglio che smetta. Mi butto, la mia colonna scrocchia. «Nessuno l’ascolta, tu te ne sei andato, a ciascuno la sua croce, e poi qui parlano tutti di te e di questo Verlaine», gli dice il fratello, con tono volgare, quello dei piccoli borghesi di provincia, che si pensano a Parigi ma parlano con la zappa in mano, reazionari, ottusi e conformisti, sputano. La madre non interviene, lei ama Arthur, ma lui assomiglia troppo al fantasma di suo marito. Il padre di Arthur, Frédéric, capitano, scrittore, giornalista, linguista, etnologo, parla l’arabo, padre troppo leggero, dov’è? In Algeria, in Italia, in Crimea? Fantasma del padre assente, jnoun . Arthur ama il suo jnoun , gli piace imitarlo, gli piacerebbe incontrarlo, ad Arthur piace viaggiare e sigillare le sue lettere scritte dall’Africa e dall’Arabia: Abdoh Rinbo , Abd Rabbo, Rimbaud, servo di Dio. «Mi abituai all’allucinazione semplice: vedevo molto tranquillamente una moschea al posto di una fabbrica». 1 Il fratello non vuole più vederlo, un peso morto per la famiglia, reietto, polvere ritornerai. Le porte sbattono, la pioggia lava l’anima subdola, le sagome si ammucchiano in un ammasso di vecchie idee perfide. La gamba già amputata a Marsiglia, un’ultima seduta spiritica, di magia nera contro Arthur, di magie ardennesi, francesi e belghe, contro la sua foga, il suo entusiasmo, i suoi desideri, le sue partenze, le fughe, e la voce di Mahmoud Ahmed che sembra cantare «Non dimenticarti di Djami, tuo figlio, il tuo tesoro, il tuo amore incondizionato. È il tuo ultimo viaggio, Arthur, non tornerai più a Harar.»
Sua sorella Isabelle mi prende per mano e mi dice: «Mio fratello Arthur è un messia, sì, non mi guardi così Patrick Lowie, mio fratello è un liberatore, designato e inviato da Dio. Lo so che le piacerebbe incontrare Arthur in questo sogno e parlargli. Lo so, lo so… Tutti amano la sua poesia, ma Lei è diverso, è come me, non è questo che Lei ama, Lei ama le sue fantasie, la sua vita, le sue ricerche, la sua curiosità, i suoi viaggi, il suo modo di rapportarsi con il mondo, i suoi ricordi, i deliri, la chiaroveggenza, la sua eterna giovinezza, la sua turpitudine… Smettiamo di scrivere poesia, siamo poeti. Dio ce lo chiede costantemente, lo sa?» Resto zitto, mentre lei mi massaggia la mano, mi sfila le scarpe e mi massaggia i piedi, le falangi, i metatarsi… «Voi siete degli Illuminati». Di chi sta parlando? Nessun suono mi esce di bocca. Mi bruciano i piedi come candele accese, stecche d’incenso, ancora odori, il suo volto di suora contamina i miei pensieri, la sorella di Rimbaud porta il velo a meraviglia, ma Arthur dov’è? Perché siamo all’ospedale di Marsiglia?
Nell’ospedale di La Conception, un’enorme locandina attaccata con lo scotch sul muro destro dell’ingresso indica: “Ora sappiamo che la poesia deve portarci da qualche parte”. Oramai so che la poesia ci porterà a Mapuetos. L’unico viaggio non documentato di Frédéric Rimbaud, come per suo figlio, come per chiunque. Mapuetos, terra incognita. Ma prima di tutto, questa camera condivisa, diversi letti distanziati, tre metri l’uno dall’altro, distanziamento sociale, nei letti dei bambini, colera, morbillo, difterite, tifo… Tutti moribondi. Arthur non è più un bambino, perché è ancora sdraiato in quel letto? Un’infezione al ginocchio? Isabelle mi precede, mi guida, sento le donne disperate pregare e gli uomini disillusi, scettici, cinici. Loro non pregano, devono lavorare. Rimbaud urla il suo dolore, il suo sentirsi perso, vuole tornare a casa da Djami. Sarebbe stato meglio morire a Harar, accanto ai suoi veri cari. L’oppio ha fatto il suo effetto, dopo alcuni tentativi di magnetismo animale, Arthur delira e rivede il musico del porto di Anversa, dopo la traversata con il traghetto, le luci che scendono, vedo anche i suoi sogni, come se fossero proiettati sui muri sopra la sua testa, vedo quello che vede, sento quello che sente. Nel bar, uomini Neri, distinti, osservano ballare due donne che con le mani sui fianchi si danno in spettacolo, al ritmo dei suoni dell’organetto, uomini appena rasati, sognano e pensano, Arthur rivede queste immagini e si ricorda, è solo, ha appena lasciato Londra, Verlaine, e si ritrova qui in questo musico di un porto in cui aveva visto che gli uomini avevano un debole per gli esercizi del corpo, ha visto degli uomini nuotare nello Schelda, uomini pattinare nei parchi, uomini con le spalle larghe. Questo porto ha visto i Belgi indigenti fuggire dal proprio Paese per colonizzare il Brasile, altri sono imbarcati sull’SS Berlin dal porto tedesco di Brema, scappando dai debiti, preti come il Monsignor Hereman, da Eksaarde per comprare o rubare terre altrove. Osservo le mani di Arthur, le sue dita che sembrano tamburellare su un piano, il suo sorriso. Rimbaud intona una musica nella sua testa.
Di nuovo sul carosello, con i suoi cavalli di gesso che vanno su e giù, la carrozza dorata dei prìncipi decaduti, Arthur si ricorda dell’Iran, di Esfahan, ma ci è stato davvero? Non sono entrato nella sua giostra delirante, lo vedo che si sdraia in un campo di papaveri da oppio e mi parla della Madrasa, mi dice: «Venga qui… Nella vita, bisogna essere colti, eruditi e umili. Lei verrà odiato dall’elite, ignorato dal popolo, ma graziato da Dio. Mi è stato detto da Apollo di Esfahan. Mio padre, Frédéric, è morto a Digione, ho letto i suoi libri di nascosto, mia madre detestava il suo lavoro, pensava che esistesse un solo libro degno di questo nome. Una notte ho sognato di lui, mi invitava ad accompagnarlo fino in Persia, il sogno era pieno di tenerezza, ricordo un viale costeggiato da palazzi in rovina, giardini, labirinti, ricordo gli alberi da frutta, le piante multifrutto, i roseti e le vigne. Mio padre mi condusse nella stanza di un palazzo, diceva di essere l’unico ad averne la chiave. La camera era una grotta di casseforti, d’oro, di diamanti… Mi ha detto: “Arthur, tutto questo ti appartiene. Non sono ricco, ma ti offro tutta la ricchezza del mondo, il mio sapere”. Nel sogno, tutto brillava, gli occhi di mio padre erano rubini. Mi vergognavo di questo dono immenso. Quando mi sono svegliato, ero in un misero letto di una camera puzzolente di uno squallido hotel a Bruxelles. Questo sogno mi ha fatto vivere nell’illusione. La vita non è altro che illusione. Niente è importante, niente è concreto. Ho cercato Mapuetos per te, per me, per noi. Ho esplorato ma non ho trovato niente.» Le sue labbra proseguono ma non sento più.
Nel sogno mi sembra di svegliarmi, mi alzo e scrivo un messaggio al mio editore: “La scrittura del ritratto onirico di Rimbaud è complessa. Più s rivo e p ù le l ettere scomp iono, vado in t ans, mi stanco v locemente, poi torna tutto normale, nel sogno incontro Isabelle e Arthur, e anche Djami. Spero di pu blicarlo oggi, ma non ne sono s curo… sogno di cro iate, di via gi, di sco erte senza rela ioni, repubbliche senza s tor e, gue re di rel gione soffocate, rivoluzioni di cos umi, spos amenti di ra ze e di co tinenti: credevo a tutti gli inca tesimi.”
Di ritorno all’ospedale La Conception, Arthur ordina a sua sorella di riportare i cammelli, dei piccoli di cammello agonizzano sul suolo gelato della camera comune. Arthur muore, vive i suoi ultimi momenti, l’hanno abbandonato nel suo ultimo viaggio, urla: «Non sono un poeta! Un esploratore, sono un esploratore!» Gli sussurro all’orecchio: «Un poeta è un esploratore». Diversi medici e infermieri entrano nella camera che si trasforma in una sala operatoria. Gamba amputata troppo tardi, cancro, cancrena, pelle blu, pelle nera, un medico gli tocca la piaga con il dito e preme, un modo per interrompere il dolore, Arthur sviene. Si spegne la luce del sole, si accendono i neon blu, lampeggiano, una musica techno, un centinaio di bambini suonano l’atamo, un tamburello fatto d’argilla. Picchiano con le mani insanguinate, come per svegliarlo, per intontirlo, impedirgli di morire. «Presto, presto, prendi il libretto degli ordini, sì il caffè, sì le piume di struzzo, sì le armi, sì il caffè, caffè, caffè. Voglio tornare a casa! Portatemi a casa, a Harar!»
Vedo Vitalie, sua madre, morire di dolore alla prima fuga di Arthur. Alla seconda fuga, urlare: «Che vada al diavolo!» 2 Alla terza ci si è abituata, «È fatto così, la copia sputata di suo padre!» Si prepara a seppellirlo, ha altre cose da fare, cose molto più serie.
Arthur si sveglia, con gli occhi all’infuori, uno strabismo divergente e occhi esorbitati, come affetto dalla malattia di Basedow. È irriconoscibile. Mi dice: «Patrick Lowie, le voglio confidare un segreto, non lo sa nessuno, sono andato in Ecuador, ho visto il vulcano Taita Imbabura (il padre), l’ho scalato per arrivare in cima: a più di 4000 metri. La vista era magica. Mi trovavo di fronte all’altro vulcano Mama Cotacachi (la madre). Si è messo a nevicare all’alba, è il padre che è venuto a far visita alla moglie durante la notte. Siamo scesi, colpiti dai fiocchi. La montagna sacra. Ho sognato per undici notti di fila. Ho sognato del mio passato, del mio presente, della mia morte. Lei c’era al momento della mia morte.» Gli rispondo: «Non può morire, lei è immortale». Risponde: «Sbaglia a credere nell’immortalità. Tutto ciò che il mondo scriverà domani sarà sempre meglio dei miei scritti, perché l’amore va sempre reinventato.»
Nel frattempo, Djami, acquattato nell’ombra di un angolo nella stanza d’ospedale, lascia andare qualche lacrima mangiando piante. Si immerge nella lettura di racconti dimenticati a Harar, avendo scoperto le poesie di Arthur e sentendosi in dovere di scriverne. Figlio spirituale diletto, benedetto, costretto ad abbandonare il super-io. Anche se la mia anima freme di domande, il ritmo dei colori sfuma i contorni dei miei pensieri e mi fa precipitare nel buio.
Rimbaud muore. L’esploratore non era immortale.
1 Una stagione all’inferno, Arthur Rimbaud, traduzione di Diana Grande Fiori, Mondadori, I Meridiani, 1975.
2 Madame Rimbaud, Françoise Lalande
Traduzione : Irene Seghetti
