Patrizia d'Antonio

Patrizia d'Antonio

Il ritratto onirico di Patrizia d'Antonio

Nel sogno, Patrizia D’Antonio è sul suo telefonino, in mezzo al mare. Ha appena scattato una foto. Un sole che sta per scomparire, per affogare nel mare tinto di rosso dai filtri di nuvole indistinte. Invia la foto con questo messaggio: ti regalo questo paesaggio vulcanico, un ultimo sguardo, domani torno a Roma. Non importa il nome dell’isola, Filicudi, Stromboli, Vulcano, Lipari, Pantelleria: questi frammenti di terra incerta bruciano ancora l’incenso energetico di un mondo in continua eruzione. Il mare, i mari. Un florilegio di calette dalle acque turchesi. Il vulcano sputa i suoi detriti, le sue pietre pomice, le sue sfere di cristallo. Vedo la scena, mi sono alzato in volo senza sapere bene dove mi trovo. In un altro sogno? Ricordo altre montagne, con passi innevati, vette imponenti, la macchina fotografica analogica in mano, l’inquadratura, poi l’arrivo improvviso di persone che mi sembra di riconoscere, mi prendono la macchina fotografica, la notte cala sulle valli ghiacciate.

La disperazione si insinua in me. Una vecchia abitudine. Di ritorno a Roma, Patrizia D’Antonio mi dice: Quella notte mi trovavo vicino a un mare o a un oceano, ai piedi di una scogliera o in una baia, su una spiaggia che si addentrava tra gli scogli o si restringeva con l’alta marea. È come se la mia esplorazione – raccogliere conchiglie o fossili, camminare da una spiaggia all’altra, raggiungere un luogo o qualcuno – si interrompesse improvvisamente in modo pericoloso perché mi lasciavo sorprendere dalla marea che avanzava, da un’onda anomala, da una tempesta improvvisa. È un’altra onda, un’onda di turisti robotizzati che ci trascina verso Piazza Navona. Ci si può raccontare storie, sognare per necessità, su comando, per dimenticare la realtà, sognare perché non sappiamo più cosa fare delle nostre notti, attività intensa, violenta, variegata, minuziosa. Lei aggiunge: la potenza della libertà, ho infilato i miei sogni in uno zaino.

Lo zaino come una casa provvisoria, abbastanza piccolo da poter essere portato con sé, abbastanza grande da contenere qualche sogno. Ci perdiamo per le strade di Roma, le dico: non c’è acqua in questa città. Tuffarsi nel Tevere? Non mi fido più, penso che l’acqua nasconda sempre qualcosa. Lei si ferma e mi dice: Per me è il contrario. Mi ammalo senza il mare o senza il contatto con l’acqua. Basta anche una pozzanghera. Ride. Roma è piena d’acqua. Passiamo davanti alle fontane, ai nasoni, all’acqua addomesticata, scolpita, canalizzata. La Barcaccia prende acqua da quattro secoli e ancora non galleggia. Ci allontaniamo dal cuore di Roma. Con le spalle alla piramide, ricordo un giovane fiorista balbuziente che mi offriva una rosa ogni volta che mi vedeva. Ora piove su Roma. Patrizia, vorrei tanto dormire solo per sognare. E allo stesso tempo i miei sogni sono così violenti, così premonitori, che a volte mi chiedo se le mie notti oniriche non siano la matrice del mondo. Come se, sfinito da questa falsa umanità, Dio avesse abbandonato il grembo materno nei miei sogni. A volte vorrei strapparmi il cervello, staccare la spina.

Era necessario tornare a Roma? Nessuna strada ci conduce più lì. Tranne forse un libro. Patrizia fruga nello zaino. Ne tira fuori un libro per bambini, Dimmi dov’è. Le pagine hanno attraversato gli anni senza invecchiare. Una bambina romana impara la geografia del mondo. Viaggia senza muoversi. Il vicino, il lontano, il reale, il possibile. Poche righe, un’immagine, ed ecco che un luogo prende vita. Il Mont-Saint-Michel. Lei non sa ancora che dovrà aspettare tre decenni prima di vederlo. Nella vecchia fotografia, qualcosa la incuriosisce più del monumento stesso: il mare che scompare e ritorna. Un mare che cammina. Un mare capace di circondare gli uomini, di riprendersi la terra che aveva lasciato loro per qualche ora. Un altro respiro. Guardo Patrizia. Piove sempre su Roma. Vedi, te l’avevo detto. L’acqua nasconde sempre qualcosa. Rimette il libro nello zaino. Si tuffa nel Mar Tirreno. Roma è dimenticata. Nuota. Più lontano. Ancora un po’ più lontano. Fino al momento in cui si volta. La costa si è allontanata. Un’onda, una scogliera, un varco che si chiude. Si arrampicherà? Correrà? Si infilerà tra gli scogli prima che il mare riprenda possesso del luogo? Non ha paura del rischio. Davvero? Tutte le sfumature del blu marino riempiono la sua iride di pienezza e beatitudine. Sta ancora nuotando. Quando alza la testa, il panorama è cambiato. Seduto al centro di un triangolo maledetto che mi strangola: giocare, lavorare, bloccare. Osservo Patrizia D’Antonio a Parigi, La Louvière, Tunisi…

…Casablanca. Gauthier. Un quartiere che sta perdendo l’aura di un tempo. Anima vacillante. Vecchie case demolite. Alberi abbattuti. Strade allargate. Arrivo in bicicletta. Gambe contro motori. Ruote contro ruote. Incontro onirico tra due clacson. Vedo triangoli ovunque. Innaffio i cactus che spuntano dalle terrazze. Patrizia D’Antonio mi raggiunge in bicicletta, anche lei. Apre lo zaino. Scopro centinaia di lingue rosse e bianche che si agitano, libri che si aprono e si chiudono, confini infranti, incontri ricchi di emozione, donne forti, donne esauste e, in fondo, proprio in fondo, vedo il Mediterraneo. Lei immerge la mano nell’acqua in fondo allo zaino e spruzza la città, come una benedizione, una speranza, un abbandono. Mi dice: Patrick Lowie, la lotta non finisce mai. Ovunque ci si trovi, è sempre lo stesso scenario: il caos e la guarigione, tuffarsi nel mare e assumere la forma di un’onda, la bussola e la compassione, guarire, guarire, lo spirito… Una voce sale dal fondo dello zaino. Alberto Manzi, forse. Qualcosa di essenziale non è cambiato, non deve cambiare, qualcosa per cui vale la pena vivere, per cui può essere bello morire: siamo un popolo libero! (1)

So nuotare, ma questo non mi ha mai appassionato.
Mi regala il suo zaino.
Porto con me le acque del mondo.

(1) Grogh, storia di un castoro, Alberto Manzi

Biografia
Patrizia D’Antonio è un’insegnante, traduttrice e autrice italiana. Nata a Roma, ha vissuto e lavorato in Italia, in Belgio e a Parigi, e oggi divide la sua vita tra Parigi e Casablanca. Dottoressa in studi europei, è autrice, tra l’altro, di Ogni altro sono io. Alberto Manzi, maestro e scrittore umanista (Castelvecchi, 2024). Le sue ricerche e i suoi scritti esplorano la pedagogia, la letteratura e le voci femminili. Traduttrice di Rosalie, l’infâme di Évelyne Trouillot, ha inoltre pubblicato racconti e saggi in diverse antologie. Dal 2020 collabora con Raffaella Gambardella al progetto Donne con lo zaino, dedicato ai percorsi di donne in movimento, da cui sono scaturiti tre volumi pubblicati da Elliot tra il 2021 e il 2026.
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